14 novembre 2009

Rassicùrati

(un solo titolo nel pieno della stagione influenzale per dire che sto bene e torno presto. Sto solo leggendo.)

21 settembre 2009

Così tornò indietro, solo con un nome

Aveva scritto di quel viso triste sul suo diario. Aveva visto decine di volte quelle stesse dita rigirare la tazzina nel piatto e annodare tovaglioli, aveva visto espressioni di disgusto quando i pensieri prendevano una certa direzione.


Dopo le prime due settimane si era presa il disturbo di scrivere di lui sulla sua moleskine. Lei guardava la sua espressione e cercava di seguire il filo  dei pensieri con una frase:

- Oggi si è scordato l'anniversario di lei, non sa proprio come tornare a casa e dirglielo
- Ora sta pensando che dovrà buttare i biglietti aerei perché per il suo compleanno la madre ha invitato cinquanta persone a cena
- Di certo sta decidendo di cosa fare di tutta la sua collezione di CD dopo che si sarà trasferito in Argentina

Lentamente, la sua moleskine si era riempita di lui, dei suoi pensieri, delle sue espressioni, del suo tocco delicato. E all’improvviso era sparito.

Si sentiva furiosa, lui se n'era andato lasciandola così, senza nemmeno averle mai parlato.

Devo dimenticarlo, si disse lei.

E improvvisamente si sentì sola. Quel viso, quelle dita, quella presenza era tutto quello su cui aveva fatto affidamento nelle ultime settimane. Aspettava con ansia il momento in cui sarebbe avvenuto quell'incontro silenzioso, faceva congetture su cosa pensava, su cosa si sarebbero detti se si fossero parlati. Una vera storia romantica. Ora tutto aveva perso importanza.

Ma dentro di lei sapeva che qualcosa non andava, che avrebbe dovuto andare aldilà delle apparenze.

Così tornò a San Sebastian, solo con un nome –Ander. E si mise a cercare.

18 settembre 2009

guarda che luna, guarda che prato

- amore, guarda che notte stellata e che luna... erano anni che desideravo avere di fianco una persona come te!


- guarda che non è la luna, è un faro. E quelle non sono le stelle, è un telone scuro, riflette la luce intorno.

- ma che importa? siamo io e te, in questo giardino in riva al mare....

- l'erba è sintetica e quello è un bacino artificiale.

- amore mio, quello che conta è sentire le cicale e respirare quest'aria frizzante insieme...

- quelle che senti non sono cicale, è un nastro registrato. Che l'aria sia frizzante, ci mancherebbe: c'è l'aria condizionata.

- insomma, amore mio, intorno a noi sia quel che sia, ciò che importa davvero è il nostro amore

- il nostro amore non è altro che un'operazione commerciale ideata dal reparto interno per lanciare una nuova marca di tonno.

-ah

17 settembre 2009

Il preludio di una grande avventura

E poi la sua vita aveva subito una svolta imprevista. Lo aveva visto per la prima volta fissare il mare davanti a quella grande vetrata, in quello che sembrava un galeone incastrato tra le rocce della Salvage, ma che per tutti era il baretto della spiaggia. Aveva cercato di indovinare il filo dei suoi pensieri, per poi ritrovarsi persa nel suo stesso passato, tra le pagine della sua moleskine. Lo aveva visto sempre più spesso, tra un Colacao e un café con leche, immersa in quell'aria fluida e salata, fil rouge di tante città amate e lasciate. E lo aveva ritrovato ogni volta, quasi per caso, seduto allo stesso tavolo, di fronte alla stessa tazza di caffè.


Era come se si fossero dati silenziosamente appuntamento davanti a quella vetrata, ogni giorno, per un intero mese.

Un giorno non lo trovò più. Una settimana, due settimane, lei tornava ogni giorno allo stesso tavolo, con un filo di speranza, sempre più ansiosa. Di giorno in giorno si accorse di come l'aria intorno stesse cambiando, ogni giorno era sempre un po' più soffocante.

Dov'era finito?

13 settembre 2009

Questo fu solo il preludio di una grande avventura

La suola delle tennis si deformava sopra i ciottoli appuntiti del sentiero, i passi si facevano più incerti sopra la melma ricoperta di foglie secche, il respiro più affannoso ad ogni passo della salita. Si guardava intorno con un’aria mista di paura e rispetto, in quel luogo dove tutto aveva una storia che superava i secoli. Finchè le si mozzò il fiato, e si rivolse in un sussurro al suo accompagnatore:
- Ti prego, fermiamoci un attimo, non posso più respirare…
Lui si voltò e la guardò senza traccia di compassione. Con voce ferma, le intimò:
- Ancora pochi metri e ci siamo
Lei annuì rassegnata e si fece forza. Ancora pochi metri e avrebbero raggiunto il castello. Dove forse avrebbe potuto riposare qualche minuto rimirando la furia del mare che le si stagliava innanzi.


Fino a poche settimane prima le era sembrato di vivere in un sogno, finalmente in vacanza in uno dei luoghi più incantevoli d’Europa, in quel paese a nord della Spagna affacciato sull’oceano. Doveva essere una fuga d’amore in piena regola, con quell’uomo che aveva riempito ogni momento degli ultimi 2 anni con le sue parole affettuose e i suoi movimenti delicati, facendola sentire una regina. Aveva scelto con cura quel periodo di fine ottobre, autunno inoltrato, stagione ancora perfetta per le lunghe escursioni e poca gente intorno. La meta era inevitabile e scelta con estrema cura: Bilbao, il luogo dove lei aveva trascorso un anno intero della sua vita. La città era già pronta per l’esplosione turistica, ma conservava gelosamente i luoghi più caratteristici per i suoi abitanti e per i pochi fortunati che l’avevano scoperta prima delle ampie ristrutturazioni.


Bilbao era al centro del suo cuore. Ricordava ogni calle persa nei suoi abbracci, ricordava le risate sommesse durante le cene a lume di candela nel Casco Viejo mentre lui le raccontava dei suoi viaggi, ricordava le loro camminate notturne sotto il Guggenheim, quando lui le imitava i gruppi di giapponesi che scendevano con lo stesso passo quei gradini troppo larghi come un’immensa armata.

E improvvisamente era successo.

Era tornato da uno dei suoi tanti viaggi in capo al mondo, doveva essere una serata speciale. Il ristorante, la veranda, le candele, tutto faceva da preludio a una serata indimenticabile. Lui rimaneva in silenzio, la sua mente era persa chissà dove, lontana da quel posto. Glielo disse con calma, tra l'entrée di pintxos e una profumata zuppa di pesce, che non sarebbe più andato a vivere con lei. Lei guardava smarrita questo sconosciuto davanti a sé, con la forchetta a mezz'aria. Si sarebbe buttata ai suoi piedi, gridando che avrebbe fatto di tutto per lui. Invece afferrò il suo bicchiere, sorseggiò l'ottimo Rioja e fece uso di tutto il suo autocontrollo, dichiarando che il discorso si poteva considerare concluso.

Si lasciarono così, accarezzati dalla brezza notturna, sotto una luna chiarissima.

Lei aveva sentito l’urgenza dell’abbraccio materno della sua terra adottiva, e nel giro di una settimana aveva dato le dimissioni, fatto i bagagli e prenotato una singola a San Sebastian, a un’ora e mezza dalla città della sua vita. Una città incantevole, ma soprattutto solitaria in questo periodo dell’anno, quando le sue spiagge non raccoglievano i vacanzieri estivi, quando i pochi turisti di quel periodo dell’anno erano concentrati nelle sale del museo Guggenheim, assorbiti nei quadri di Warhol e persi nelle installazioni di Serra.

Questo fu solo il preludio di una grande avventura.

12 settembre 2009

Vorrei iniziare con una riflessione sul marketing post-moderno

Ma oramai lo faccio ogni volta. Quindi parliamo d'altro.


Un breve accenno -necessario e indispensabile come il sale nell'acqua della pasta- è per gli amici ritrovati un po' qui e un po' là, sotto la pioggerella estiva che sorprendeva bagnanti e barcampisti e sotto la pioggerella estiva che sorprendeva festeggiata e festeggianti.

(Forse porto un po' sfiga.)

Ho qui un post tra le bozze da così tanto tempo che se aspetto ancora un po' impara a cliccare da solo su publish. Il post risale a qualche mese fa, quando ancora non avevo esperito il mite clima estivo milanese e quando il mio equilibrio mentale era... vabé, insomma, è da un po'.

La riflessione nasceva là in quell'edificio estraneo ma dal nome familiare. Così affezionata alle sale della più rassicurante Modern, con la lounge dalla quale si abbraccia Saint Paul, recarmi a passo deciso verso la più classica Britain è stata una prova di forza. Ho un'attenuante che userò come scudo concettuale: a trascinarmi fin là è stata Altermodern (ma soprattutto il suo sottotitolo, postmodernism is dead).

Della quale non parlerò.

Parlerò invece di un argomento inedito e inaspettato, ovvero del mio incontro con Turner.

No, non in persona. Io sono ancora viva, o così almeno conferma l'anagrafe.

Parlerò di Turner e di quanto Turner mi faccia tenerezza. Ma parlerò anche di Rothko, come sempre male. D'altra parte che non ci siamo mai piaciuti è ormai sulla bocca di tutti ed è riconducibile a un vecchio (e per fortuna subito riparato) errore di gioventù.

In compenso amo Turner. Turner è a suo modo un po' genio, un po' scienziato e molto autodidatta. Sperimenta, ama, distrugge. Assolutamente adorabile.

Certo è che qualche problemino lo ha avuto, per esempio ha convissuto con un problema di sicuro terribile, disimparare nel tempo a dipingere figure umane. Deve essere stata dura. Turner aveva anche un po' il problema della nebbia, me lo vedo strizzare gli occhietti cercando di capirci qualcosa e alla fine dipingere un po' a cazzo e quello che viene viene. Ma in fondo Turner è tenero: figurativo, un po' schizofrenico e mezzo dark. Già me lo vedo nella sua intimità, con il pantalone sceso e il panama al contrario, mentre guarda la tela col broncio e regge con la stessa mano birra e pennello. Per queste e altre ragioni che non sto a sviluppare in questa sede ritengo che Turner sia il mio simpatico creativo emo preferito.

In compenso, a rovinare questo idillio, in una delle sale erano appese una crosta di Turner e una di Rothko. Ma dico, sono qui che faccio i cuoricini nelle tele di Turner e improvvisamente inciampo in quell'altro. In compenso, anche Rothko ammirava Turner, al punto di aver regalato alla Tate alcuni dei suoi murales. La prima volta che Rothko vide alcune opere di Turner al Moma, con la sua solita modestia, dicharò: This guy Turner, he learnt a lot from me.

Ma basta parlare di Turner, parliamo di me.

Come alimento prossimamente a Milano la mia fame artistica?

03 settembre 2009

Di vacanze, nausee e meccanismi inceppati

Inizia una nuova stagione, tornare al lavoro dopo le ferie è un po' come tornare a scuola, stesso entusiasmo nel rivedere i compagni di classe e stesso naso storto davanti ai primi compiti a casa.


(poi, c'è da dire, tre mesi in confronto a due settimane, è davvero un'altra cosa)

(lettore, non ti distrarre, che stavo dicendo altro)

Dicevo, tra i compiti a casa si riprende anche a leggere di web in modo sistematico. Perché tanto lo so che i più, in ferie, hanno abbandonato (o avrebbero desiderato, via) i socialcosi per andare in quella spiaggetta dove l'unico problema era decidere quando era il momento giusto per rigirarsi.

Leggo di web, qua e là, in modo sistematico, così come più sistematicamente gli spunti si intrecciano nella mente.

Tra le altre cose, leggo di nausee.

E penso: facciamo un passo indietro e ripassiamo il processo. Lo scopo di azienda è vendere (il prodotto, diciamo, X), azienda ha un budget (Y) per vendere più prodotti X, azienda sente parlare dei miracoli socialmediali, azienda, non sapendo che pesci pigliare, si rivolge a Z, il cui compito morale è far capire ad azienda il valore di tutta quella roba lì (perché ce l'ha, lo so io così come lo sai tu), azienda si fa due conti e succede che...

...ora, lettore, tocca a te. Dimmi tu cosa succede. Io una mia idea ce l'ho, se leggi più sopra ti accorgerai che ho cominciato dicendo: lo scopo di azienda è vendere il prodotto X. Perciò, dimmi un po', perché dunque il risultato è l'intolleranza diffusa verso azienda? Il meccanismo si è inceppato, ma siamo sicuri che stiamo esaminando l'ingranaggio corretto? 

26 maggio 2009

Notizie dal fronte

Ciao eh. Sono a Milano. Già da un po', in effetti. Tutto bene, e tu? A casa, tutto a posto?

La mia vita va bene, a volte prendo la vita degli altri e la shakero un po' con la mia e poi, vedremo poi. Comunque alla grande, zio*, qui a Milano è una figata, ci sono gli amici e c'è anche un sacco di roba da fare. Non che abbia tempo per farla, per ora, ma che c'entra, l'importante è che ci sia, vedi mai che mi avanza un quarto d'ora o giù di lì.

Oh, sai zio, prima di trovare una stanza nuova (e piuttosto vuota) ce n'è voluto un po' (di tempo), ma sai cosa, ci ho avuto degli amici (e che amici, micacazzi) che mi hanno fatto stare un po' da loro, un po' qui, un po' , un po' dall'altra parte. Poi ho trovato la casa, ora ci sono, nella casa, ho anche un letto tutto mio, un po' singolo, un po' piccolo, ma fa niente, l'importante è che ce l'ho.

Ho anche una vasca. Chissà come la prenderebbe LEI. Si lamenterebbe, questo è sicuro.

Ah sai, poi c'era anche quella cosa che mi serviva per il periodo di assestamento, supporto, mi pare che si chiami, oh zio, ne ho avuto parecchio dagli amici, il mio utopico potenziale analista non saprebbe più come pagare il mutuo della sua casa ai caraibi, ma tant'è, zio, ho degli amici fatti così, se li chiamo ci sono, non è mica colpa mia se mandano in rovina gli analisti.

Comunque, zio, ora vado, comunque bella. Ci sentiamo. Stai bene.

*zio: s m ['bɛlla 'dzio] nome comune designante membro della fratellanza di quelli veramente fighi